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DAS ALTE GESETZ

DAS ALTE GESETZ
(La vecchia legge)
E. A. [Ewald André] Dupont (DE 1923)

È singolare come la reputazione di E.A. Dupont sembri sempre solo sfiorare la grandezza: dalle posizioni di primo piano raggiunte con Varieté retrocede un po’ nonostante film eccellenti come Moulin Rouge e Piccadilly. Secondo Lotte Eisner, sempre poetica, Dupont “è riuscito a infondere nelle sue immagini finezze squisite … Egli fa vibrare gli interni dell’atmosfera adatta a ogni situazione, sposa il velluto delle tenebre alla morbida seta delle luci”. Si riferiva a Das alte Gesetz, film già approfonditamente studiato dopo il restauro del 1984, soprattutto per l’empatia con cui ricostruisce la vita delle comunità ebraiche alla metà del XIX secolo, attraverso la storia dell’ascesa di un attore dalle origini in uno shtetl fino alla società aristocratica di Vienna. Oggi però possiamo apprezzare il film ancor meglio grazie al nuovo restauro effettuato dalla Deutsche Kinemathek ed iniziato con il ritrovamento dei cartelli originali delle didascalie. Dopo questa scoperta, è stato lanciato un appello per localizzare tutto il materiale sopravvissuto. Alle quattro copie già conosciute se sono così aggiunte altre due. Il restauro, supervisionato alla Deutsche Kinemathek da Daniel Meiller, è stato particolarmente complesso perché si è voluto essere il più fedeli possibile all’edizione originariamente distribuita in Germania, compresa la palette dei colori propria delle copie di distribuzione americane e svedesi.
Gli studiosi del film tendono a dividersi in due campi: quelli che, come Lotte Eisner, ignorano praticamente l’intreccio narrativo e si concentrano sull’aspetto estetico, celebrando il modo in cui Dupont e il direttore della fotografia Theodor Sparkuhl imitano le luci e le ombre di un’acquaforte di Rembrandt; e quelli che trascurano la palpabile bellezza per analizzare le tesi del film sull’assimilazione e il divario tra la vita degli ebrei nelle zone rurali e quella dei loro correligionari cittadini e “occidentalizzati” (si pensa anche a Der gelbe Schein, 1918, proiettato alle Giornate l’anno scorso). È un peccato che ben pochi studiosi abbiano cercato di fondere le due prospettive: infatti, sorvolare sull’affascinante ricostruzione della vita ebraica che il film ci offre, significa perdere di vista una delle principali ragioni dell’eccezionalità di Das alte Gesetz; all’opposto, chi si occupa solo della trama, non solo ne lascia in ombra le qualità cinematografiche, ma lo relega nel ghetto della sottocategoria denominata “film ebraici”.
Lo sceneggiatore Paul Reno (il cui vero nome era Pinkus Nothmann) si era ispirato in parte alle vicende dell’attore ottocentesco Bogumił Dawison, ingaggiato da Heinrich Laube al Burgtheater nel 1849. Il vero Laube nutriva convinzioni nettissime sul ruolo degli ebrei nella società moderna: assimilazione o espulsione. Pertanto rifiutò di affidare a Dawison ruoli importanti nelle tragedie classiche, sostenendo che l’attore ne esagerava gli aspetti emotivi. Si trattava di un pregiudizio antisemita, che collegava le manifestazioni emotive esteriori a tratti ebraici e quindi non sorprende che Reno, nel concepire i suoi personaggi, si sia notevolmente discostato dalla realtà storica. Harry A. Potamkin, nella sua fondamentale analisi delle caratteristiche ebraiche nel cinema (“Movie: New York Notes,” Close Up, febbraio 1930), elogiò con particolare calore Das alte Gesetz perché aveva evitato di trasformare l’ebraicità in uno schtick, preferendo Abraham Morewski, che qui interpreta il rabbino Mayer, all’eccessivo sentimentalismo riscontrabile praticamente in tutti i personaggi di The Jazz Singer. Inoltre il film – ed è una bella novità – descrive lo shtetl come un tradizionale villaggio rurale, non come il luogo sudicio e miserabile così spesso associato all’immagine di quelle comunità.
È probabile che l’enorme popolarità di Henny Porten inducesse gli spettatori tedeschi dell’epoca ad andare oltre molte esitazioni tematiche, anche se nel film (a differenza di quanto avvenne nella vita reale dell’attrice, che nel 1921 sposò il medico ebreo Wilhelm von Kaufmann) i personaggi accettano di sposarsi solo con correligionari. L’arciduchessa interpretata dalla Porten ammette l’impossibilità di una storia d’amore con Baruch (Ernst Deutsch) perché egli è ebreo, oppure perché non è un nobile, ed è per giunta un attore? Il film sembra indicare che il motivo stia nell’estrazione sociale e nella professione di lui, ma forse solo perché la barriera religiosa era un fattore troppo ovvio per richiedere una menzione diretta. Proprio il consolidamento dello status dei ceti medi ebraici in Austria e in Germania, negli anni Venti, provocò una recrudescenza delle reazioni contro l’integrazione e dei timori di assimilazione: pochi giorni dopo la prima del film, alla fine di ottobre del 1923, scoppiarono a Berlino disordini antisemiti rivolti proprio contro il tipo di ebrei est-europei rappresentato dalla famiglia di Baruch.
Dupont lavorò per la prima volta con Henny Porten in Die Geier-Wally (1921), proprio nel momento in cui la reputazione di lui iniziava a crescere e quella di lei attraversava un processo di maturazione. Lei fu anche produttrice dei primi due dei tre lavori frutto della loro collaborazione. Anna Schierse del Landesarchiv di Berlino ha scoperto che la Comedia-Film, una società di breve durata che produsse Das alte Gesetz, era di proprietà di Ernst Deutsch e Hans Janowitz. La distribuzione internazionale di Das alte Gesetz fu accolta da critiche assai lusinghiere; Iris Barry lo definì un “film splendido e sfortunato” (ella rimase specialmente colpita da Deutsch, che paragona a Charlie Chaplin). Come molti membri del cast e della troupe, Deutsch lasciò la Germania quando l’antisemitismo rese la vita sempre più difficile. Morewski, uno dei giganti del teatro yiddish, riuscì a sopravvivere fuggendo nelle repubbliche sovietiche dell’Asia centrale; tornò poi in Lettonia e finì i suoi giorni a Varsavia, da star del Teatro ebraico di Stato di Ida Kamińska. Tra coloro che parteciparono al film, altri non furono così fortunati: Paul Reno fu assassinato a Bergen-Belsen e Grete Berger, che interpretava la moglie del rabbino, morì ad Auschwitz. Contrariamente a quanto affermano varie fonti, Werner Krauss non figura nel cast.
Desidero ringraziare Cynthia Walk, i cui studi sul film sono stati determinanti per la nostra comprensione della sua storia e rilevanza tematica.

Jay Weissberg

regia/dir: E. A. [Ewald André] Dupont.
scen: Paul Reno, dalle memorie di/from the memoirs by Heinrich Laube.
photog: Theodor Sparkuhl.
scg/des: Alfred Junge, Curt Kahle.
cost: Ali Hubert.
cast: Ernst Deutsch (Baruch), Henny Porten (arciduchessa/Archduchess Elisabeth Theresia), Ruth Weyher (dama di corte/Lady-in-waiting), Hermann Vallentin (Heinrich Laube), Abraham Morewski (Rabbi Mayer), Grete Berger (sua moglie/his wife), Robert Garrison (Ruben Pick), Fritz Richard (Professor Nathan), Margarete Schlegel (Esther), Jacob Tiedtke (direttore della compagnia teatrale/Director of the theatre company), Olga Limburg (sua moglie/his wife), Alice Hechy (la figlia/their daughter), Julius M. Brandt (un vecchio attore/an old actor), Fritz Richard (Nathan), Wolfgang Zilzer (Page), Kálmán Zátony (Josef Wagner), Dominik Löscher, Philipp Manning, Alfred Krafft-Lortzing, Robert Scholz.
prod: Comedia-Film GmbH, Berlin.
prod. mgr:  Max Paetz.
v.c./censor date: 18.10.1923.
uscita/rel: 29.10.1923 (Marmorhaus, Berlin).
copia/copy: DCP, 137′, col. (da/from 35mm, orig. 3028 m., imbibito/tinted); did./titles: GER, subt. ENG.
fonte/source: Deutsche Kinemathek, Berlin.