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ORIZURU OSEN

ORIZURU OSEN
[La caduta di Osen / The Downfall of Osen]
Kenji Mizoguchi (JP 1935)

Il melodramma costituiva uno dei generi più caratteristici del cinema giapponese negli anni Trenta, e lo scrittore Kyoka Izumi (1873-1939) era, secondo Inuhiko Yomota, “la più ricca fonte per questo tipo di film”. Dopo Nihonbashi, 1929 (purtroppo perduto) e Taki no shiraito (1933), tuttora conservato, Orizuru osen è il terzo adattamento di Mizoguchi da un’opera di Izumi, che il regista volle incontrare di persona per avere consigli su come portare le sue storie sullo schermo.
Tutte e tre le vicende sono ambientate in tutto o in parte nell’era Meiji (1868-1912), e sono incentrate su donne che si sacrificano per amici o parenti di sesso maschile. Mizoguchi, che nel corso della sua carriera raccontò spesso le sofferenze di donne giapponesi, deve aver trovato congeniale le preoccupazioni tematiche di Izumi. Orizuru osen è tratto dal suo romanzo Baishoku kamo nanban (1920). Il titolo originale unisce un riferimento alla prostituzione al nome di un piatto di pasta condita da sugo d’anatra e porro; Mizoguchi fu obbligato a cambiarlo, dice, perché “era un po’ troppo osceno”. Il titolo riflette il tema: una donna si prostituisce allo scopo di pagare gli studi di medicina al fidanzato. Ironia della sorte, la protagonista si ammala e impazzisce.
Lo stesso Mizoguchi disse che il film “non riuscì a evocare le qualità del libro”, ed esso non è di solito annoverato fra le sue opere migliori. Nonostante ciò, sebbene il critico Tadao Sato lo etichetti come “incoerente e illogico”, egli lo considera tuttavia come “un film magnifico” sulla base delle sue sequenze principali: “le scene del primo incontro fra Sokichi e Osen, la loro separazione, la loro riunificazione, e l’ultima scena con Osen impazzita”. Si può anche elogiare l’uso creativo del flashback, e la sontuosa bellezza visiva degli episodi migliori: l’uno e l’altra sono evidenti nel pezzo di bravura della sequenza iniziale, in cui si avvicendano due contesti temporali e diverse condizioni atmosferiche.
Dal punto di vista figurativo il film rappresenta un momento di passaggio nell’opera di Mizoguchi, parallelo alla transizione tra muto e sonoro. Vi si trova una gran numero di lunghe inquadrature (ancorché interrotte da didascalie) e di immagini in cui la macchina da presa rimane a una certa distanza dall’azione, anche se altre scene – forse più tipiche del tardo cinema muto – sono montate molto rapidamente e fanno uso di arditi (e questa volta forse anche eccessivi) movimenti di macchina. A questo punto della sua carriera Mizoguchi non aveva ancora trovato la coreografica precisione che caratterizza i suoi film di fine anni Trenta; tuttavia (e nonostante le mediocri condizioni delle copie sopravvissute), la sua impronta stilistica e l’impeccabile resa delle atmosfere sono già in bella evidenza. Chika Kinoshita sostiene in effetti che “la transizione al sonoro non è una mera circostanza storica nello stile di Mizoguchi, bensì un elemento influente e decisivo della sua formazione artistica”.
Quando il film uscì all’inizio del 1935 i film sonori si stavano facendo rapidamente strada nel cinema giapponese, anche se diventarono la maggioranza solo nell’anno successivo. Mizoguchi aveva realizzato il suo primo film sonoro (Furusato) già nel 1930, ma tutti gli altri suoi film della prima metà di quel decennio erano muti. Orizuru osen doveva essere un film sonoro vero e proprio; fu girato come film muto solo perché le attrezzature sonore non arrivarono in tempo per le riprese. Fu distribuito con un accompagnamento benshi pre-registrato con la voce di Suisei Matsui, e con una partitura musicale – selezionata dallo stesso Matsui – tratta dal repertorio classico occidentale (fra i temi principali c’è Una notte sul Monte Calvo di Mussorgskij). Matsui era un acclamato interprete benshi, che aveva accompagnato film stranieri in uno dei più prestigiosi cinema di Tokio. I critici dell’epoca lo giudicarono tuttavia anacronistico, da che il benshi stava scomparendo dai cinema di prima visione; come riporta Kinoshita, “i recensori delle riviste Kinema Junpo ed Eiga Hyoron stroncarono l’interpretazione di Matsui, considerandola di ostacolo a un film altrimenti commovente o quantomeno interessante. Non per nulla il direttore del cinema Asahiza, uno fra i primi a presentare il film a Osaka, abbassò del tutto il volume e con ciò ottenne una tenitura di due settimane”. Il film fu l’ultimo saundo-ban di Mizoguchi; da allora il regista passò una volta per tutte al cinema parlato.
La grande attrice Isuzu Yamada (1917-2012), che ancora non aveva compiuto diciott’anni al momento dell’uscita del film, era alla sua seconda apparizione in un’opera di Mizoguchi (dopo Aizo toge, 1934, purtroppo perduto). Lo stridente contrasto fra l’estrema gentilezza del regista fuori dal set e la sua intransigenza dietro la macchina da presa le suscitò il seguente commento: “per ore e ore tenevo la testa incastrata in una tinozza da lavanderia, mezza viva e mezza morta”; proseguì tuttavia dicendo che Mizoguchi era il prototipo del regista il cui rapporto con l’interprete era pieno di acrimonia alla superficie, ma poteva “risplendere dentro”. Quel che è certo è che l’attrice si produsse in una delle più memorabili interpretazione della sua carriera nello straordinario dittico di Mizoguchi del 1936, Naniwa erejii e Gion no kyodai.

Alexander Jacoby & Johan Nordström

regia/dir: Kenji Mizoguchi.
scen: Tatsunosuke Takashima.
sogg./story: Kyoka Izumi.
photog: Minoru Miki.
scg.des: Yoshiji Oguri.
mus, narr: Suisei Matsui.
cast: Isuzu Yamada (Osen), Daijiro Natsukawa (Sokichi), Shin Shibata (Kumazawa), Genichi Fujii (Matsuda), Mitsuru Tojo (Amadani), Eiji Nakano (professor), Junichi Kitamura (Heishiro), Shizuko Takizawa (Osode), Sue Ito (nonna di Sokichi/Sokichi’s grandmother).
prod: Daiichi Eiga.
copia/copy: 35mm, 2390 m., 87′ (24 fps); did/titles: JPN.
fonte/source: National Film Archive of Japan, Tokyo.