fbpx

L’HOMME DU LARGE

L’HOMME DU LARGE
(La giustizia del mare)
Marcel L’Herbier (FR 1920)

Personalità eminente della prima avanguardia francese, Marcel L’Herbier (1888-1979) è in origine drammaturgo, poeta e musicista. Assegnato durante la Grande Guerra alla Sezione cinematografica dell’esercito, vi subisce un’esperienza sconvolgente. Scrive già nel 1917 per gli studi Eclipse la sua prima sceneggiatura, Le Torrent. Nel 1918 passa dietro alla macchina da presa con Rose-France, “collage” atipico e innovatore.
L’anno successivo L’Herbier s’impegna contrattualmente con la Gaumont nell’ambito della “série Pax”. L’Homme du large (1920) è ispirato a un racconto di Balzac, Un drame au bord de la mer. Tutte le scene in esterni sono girate in Bretagna. Della troupe fanno parte, tra gli altri, il giovane Claude Autant-Lara (scenografo, aiuto regista, sceneggiatore, comparsa) e un allievo del conservatorio, Charles Boyer, che esordisce sullo schermo in una parte secondaria (quella di Guenn-la-Talpa).
La storia racconta il destino di una modesta famiglia di pescatori. Il padre, Nolff, ha due passioni smisurate: il mare e il figlio Michel, che tenta di modellare a propria immagine. Ma l’adolescente, troppo viziato, disprezza questa rude esistenza. Sogna solamente la città e i suoi piaceri; insegue una ballerina di cabaret, mente, beve, compie atti violenti, si ritrova in carcere e infine deruba la madre morente. Nolff, che fino a quel momento aveva fatto finta di non vedere, decide allora di consegnare il figlio al giudizio del mare…
Quando a partire dagli anni Sessanta si cominciò a riscoprire il film, alcuni storici trovarono la trama troppo simbolista, se non addirittura caricaturale. I personaggi erano per loro degli archetipi, delle figure artificiali, lontane dall’autentica psicologia dell’ambiente analizzato. Ma questa critica dovrebbe applicarsi piuttosto al racconto di Balzac, in cui una giovane coppia scopre un eremita ritirato in una grotta. Costui, un pescatore bretone, ha finito per uccidere il proprio figlio degenere; poi ha fatto voto di silenzio. Il narratore (Louis Lambert, personaggio ricorrente nella Comédie humaine) è un giovane idealista e ipersensibile; insieme alla fidanzata Pauline rimane profondamente sconvolto dal racconto del recluso (il cui nome è Cambremer), che sembra simboleggiare un aspetto della condizione umana. Lo stesso Balzac aveva definito Un drame au bord de la mer un racconto filosofico.
L’Herbier ha mantenuto le caratteristiche essenziali del destino di Cambremer, ne ha arricchito il contesto e ha modificato la conclusione (che diventa un happy end). Certo, ha accentuato la dimensione di tragedia classica voluta da Balzac, piegandola alle proprie visioni simbolistiche; ma precisamente il contrasto tra l’aspetto prosaico della vita dei pescatori e la tonalità mistica del dramma crea un’opera strana e forte.
La struttura a flashback, originale per l’epoca, permette una sceneggiatura sempre più disancorata da ogni linearità. La scrittura cinematografica è volutamente visibile: costituita da artifici (fotografia e inquadrature stilizzate, mascherini, inserimento di medaglioni in piani più ampi, abbondanza di sovrimpressioni) che rifiutano il naturalismo dei paesaggi bretoni, li trasforma in variazioni plastiche.
Il cineasta mescola anche i suoi attori parigini alla popolazione locale (nella sequenza della festa nel villaggio). Questo commovente documento d’epoca sfocia in una scena girata in studio, quella della bettola. Si tratta di un’evocazione cruda; le notazioni simboliche elevano questo locale per marinai all’essenza del locale sordido. Le comparse sono dei veri ceffi. Un topo corre sulla gabbia di un uccellino… Due lesbiche si baciano e un primo piano mostra la mano dell’una che carezza il ginocchio dell’altra. È troppo per la censura, che taglierà la scena!
La scelta delle imbibizioni (stabilite personalmente da L’Herbier e restituite – come tutte le didascalie stilizzate – dal restauro degli Archives Françaises du Film) è strettamente legata al montaggio, vivo e complesso. La scena della bettola, imbibita in rosso sangue, acquista così un rilievo sorprendente, e il mare ritrova un blu profondo, “surreale”.
Attraverso il conflitto familiare, Marcel L’Herbier (da sempre affascinato dal mare) esalta l’opposizione simbolica tra terra e acqua, tra mondo moderno e corrotto e purezza senza tempo dell’oceano. Pur misconosciuto, L’Homme du large rappresenta un primo risultato nella carriera del suo autore.

Mireille Beaulieu

regia/dir: Marcel L’Herbier.
scen: Marcel L’Herbier, dal racconto di/based on a short story by Honoré de Balzac (“Un drame au bord de la mer”, 1834).
photog: Georges Lucas.
scg/des: Robert-Jules Garnier, Claude Autant-Lara.
mont/ed: Marcel L’Herbier, Jaque Catelain.
asst dir: Philippe Hériat, Claude Autant-Lara, Dimitri Dragomir.
cast: Jaque Catelain (Michel), Roger Karl (Nolff), Marcelle Pradot (Djenna), Claire Prélia (la madre/the mother), Suzanne Doris (Lia), Philippe Hériat (il protettore di Lia/Lia’s protector), Charles Boyer (Guenn-la-Taupe), Pâquerette (la tenancière/manageress), Lily Samuel (ballerina/a cabaret girl), Georges Forois (il pescatore/the fisherman), Claude Autant-Lara, Dimitri Dragomir, Jeanne Bérangère, Jane Dorys, André Daven, Marcel Raval. prod: Gaumont (série Pax).
riprese/filmed: studio La Villette; Bretagne.
dist: Comptoir Ciné-Location Gaumont.
anteprima per esercenti/trade screening: 30.10.1920.
uscita/rel: 03.12.1920.
copia/copy: 35mm, 1731 m. (orig. 1890 m.), 75′ (20 fps), col. (imbibito/tinted); did./titles: FRA.
fonte/source: CNC – Centre national du cinéma et de l’image animée / Gaumont Pathé Archives, Saint-Ouen, Paris.