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L’AUBERGE ROUGE

L’AUBERGE ROUGE
(L’albergo rosso)
Jean Epstein (FR 1923)

Richard Abel, Anne-Marie Baron e Andrew Watts figurano tra i pochi studiosi che, nel quadro della celebrata carriera di Jean Epstein, hanno accordato a L’Auberge rouge l’attenzione che merita. Realizzato per la Pathé Consortium dopo l’esordio del regista con il docu-drama Pasteur (1922), il film anticipa l’esplorazione della possibilità di esprimere manifestazioni psicologiche tramite le tecniche cinematografiche del montaggio e del primo piano, che Epstein si accingeva a intraprendere, e preannuncia l’approccio più decisamente d’avanguardia di La Chute de la maison Usher (1928). Dal momento che il racconto di Balzac (pubblicato nello stesso anno di “La Grande Bretèche”) sperimenta nel campo della costruzione narrativa, si è decisamente indotti a ipotizzare che Epstein abbia scelto con cura la sua fonte, per mettere alla prova le teorie cinematografiche da lui chiaramente enunciate.
La trama originaria ha inizio in una casa dell’alta borghesia parigina, durante una cena in cui un mercante di Norimberga viene invitato a intrattenere gli ospiti con una “storia tedesca terribile ed emozionante”. Egli accoglie l’invito e narra la vera storia di un suo amico, Prosper Magnan, che parecchi decenni prima, mentre era in viaggio con un collega in Renania, si era fermato a dormire in una locanda. C’era una sola stanza libera, che i due avevano generosamente accettato di condividere con un ritardatario, un mercante che recava una borsa piena d’oro e diamanti. Magnan era stato spinto quasi alla follia dalla tentazione di assassinare il mercante e trafugare il tesoro ma, ritraendosi da quest’ignobile pensiero, era fuggito dalla locanda per ritornare alla ragione. Fatto ritorno, si era addormentato, per risvegliarsi poi in una pozza di sangue: il suo compagno aveva tagliato la gola al mercante ed era fuggito con la borsa. Durante il racconto, il crescente disagio di uno dei commensali, Jean-Frédéric Taillefer (personaggio che compare anche in Père Goriot), fa comprendere al lettore che è proprio costui il collega assassino.
La stampa francese coeva dedicò grande attenzione alla realizzazione del film; abbiamo tra l’altro due dettagliati resoconti di visite al set, la prima di Albert Bonneau, pubblicata su Cinémagazine il 23 marzo 1923, e la seconda di Jean Eyre, su Mon Ciné del 21 giugno. Ecco le parole dello stesso Epstein, citate da Bonneau: “Ho cercato soprattutto di girare un film basato non su una messa in scena scrupolosa, bensì su un approfondito studio psicologico dei personaggi… Il mio dramma non sarà “esteriore”, e non cercherà di sedurre l’occhio, ma unicamente “interiore”; si prefiggerà in primo luogo lo scopo di conquistare il cuore degli spettatori”. Qui in Epstein c’è forse una traccia di falsa modestia, poiché L’Auberge rouge seduce certamente l’occhio, anche se contemporaneamente riesce a delineare la situazione psicologica dei personaggi: come osserva Anne-Marie Baron nel suo saggio online sul film, “lo sguardo acuto e penetrante dell’osservatore-narratore balzachiano ispira l’obiettivo inquisitore della macchina da presa di Epstein”.
Epstein apportò numerose modifiche al testo originale, anche se a Bonneau raccontò solamente di aver spostato l’ambientazione dalla Germania in Alsazia (Le Petit Journal, 28 settembre 1923, rilevò anche che Magnan e il suo collega erano stati trasformati da chirurghi dell’esercito in chirurghi civili). Stranamente, nessuno notò la comparsa di una vecchia megera che predice la sorte (Madame Delaunay), mentre il personaggio della figlia del locandiere (Gina Manès) è chiaramente inserito allo scopo di aggiungere una sottotrama sentimentale. Jean de Mirbel, in Cinémagazine (3 agosto 1923), commentò comunque entusiasta che, fra tutti i registi che avevano cercato di adattare Balzac per lo schermo, solo Epstein “aveva saputo restare nell’ombra del grande scrittore e infondere nella propria opera tutto il senso del pittoresco e il realismo che il romanziere aveva infuso nel suo libro”.
I motivi per cui tale fedeltà è effettivamente credibile sono ovvi: non solo Epstein coglie con grande efficacia, grazie a un montaggio virtuosistico, il senso di colpa in cui Magnan si dibatte come in un incubo, ma l’alternarsi continuo tra le scene della cena e quelle della vicenda narrata segue uno schema parallelo a quello del racconto di Balzac: irrobustisce lo spessore dei personaggi e aumenta abilmente la tensione a ogni salto narrativo. A ragione il regista definì  L’Auberge rouge un film “interiore”: il rapido montaggio che intreccia i primi piani di Magnan (Léon Mathot) con le immagini allucinatorie dei diamanti e della pioggia rende lo straziante tormento intimo del protagonista, mentre la celebrata scena in cui egli si precipita all’aperto nella tempesta (Eyre vi assistette di persona sul set) illustra in maniera più approfondita la sua situazione psicologica; Richard Abel indica in questa sequenza la prima occasione in cui Epstein utilizza la macchina da presa e il montaggio per fondere punti di vista oggettivi e soggettivi.
I critici dell’epoca attribuirono grande importanza a queste tecniche visive; notarono in particolare le carrellate nelle riprese della cena ed elogiarono il direttore della fotografia Raoul Aubourdier, che era stato uno dei più stretti collaboratori di Raymond Bernard (e in seguito avrebbe partecipato con Mario Bonnard a Der goldene Abgrund). Proprio come Balzac analizza nei dettagli, in tutta la Comédie Humaine, il modo in cui ogni persona vede le altre, così anche Epstein dedica un’attenzione particolare al modo e alla direzione in cui ciascuno guarda, e riesce a far sì che questo sguardo trasmetta silenziosamente quasi le stesse informazioni interiori comunicate dalla penna del maestro.

Jay Weissberg

regia/dir, scen: Jean Epstein, dal racconto di/based on the short story by Honoré de Balzac (1831).
photog: Raoul Aubourdier, asst. Roger Hubert, Robert Lefebvre.
scg/des: [Georges] Quénu.
asst dir: Jaque Christiany.
cast: Léon Mathot (Prosper Magnan), Jean-David Evremond (Jean-Frédéric Taillefer), Pierre Hot (locandiere/innkeeper), Gina Manès (la figlia del locandiere/innkeeper’s daughter), Marcelle Schmit (Victorine Taillefer), Jaque Christiany (André), Robert Tourneur (Herman), Mme. Delaunay (la strega/old hag), Clairette de Savoye (la moglie del locandiere/the innkeeper’s wife), Thomy Bourdelle (l’olandese/the Dutchman), Luc Dartagnan (fisarmonicista/accordion player), René Ferté, Henri Barat, André Volbert (i giudici/the judges), Hugues de Bagratide (mercante ebreo/a Jewish merchant), Mme. Courtois (ospite/dinner guest).
prod: Louis Nalpas, Pathé Consortium Cinéma.
dist: Pathé.
riprese/filmed: 02–04.1923: studio Vincennes; 02–03.1923: Château de Vincennes (“La Caponnière”).
anteprima per esercenti/trade screening: 18.07.1923.
uscita/rel: 28.09.1923.
copia/copy: DCP, 73′ (da/from 35mm, 1642 m., orig. 1835 m., 20 fps); did./titles: FRA.
fonte/source: Gaumont Pathé Archives, Saint-Ouen, Paris.