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FORBIDDEN PARADISE

FORBIDDEN PARADISE
(La czarina)
Ernst Lubitsch (US 1924)

Nella sua fantasiosa autobiografia del 1970, Memoirs of a Star,  Pola Negri afferma che l’ispirazione per Forbidden Paradise le era venuta leggendo la biografia di Caterina la Grande scritta dall’ungherese Melchior Lengyel. Era il testo perfetto per aiutare il suo vecchio collega di Berlino e attuale vicino di casa a Beverly Hills Ernst Lubitsch, la cui carriera hollywoodiana non stava andando tanto bene. “Prima di arrivare a metà, mi resi conto che avevo trovato ciò che cercavo e attraversai di corsa il prato davanti casa sua, agitando come un vessillo vittorioso il libro che tenevo in mano.” Secondo quanto scrive  Mariusz Kotowski nella sua biografia di Pola Negri recentemente pubblicata, “grazie al successo dei suoi film precedenti, Pola era in grado di proporre alla Paramount materiale di propria scelta. Ella mostrò loro The Czarina e suggerì Lubitsch come regista”.
Ben poco di tutto questo sembra essere vero. The Czarina era stata infatti un’opera di gran successo della stagione teatrale di Broadway del 1922 – adattamento di Edward Sheldon (Dishonored Lady [Disonorata]) dell’originale ungherese del 1912 di Lengyel e Lajos Biró, A cárnö (La zarina). Prodotto da Charles Frohman (uno dei partner originari della Famous Players-Lasky, che spesso forniva soggetti alla Paramount), questa commedia aveva offerto l’occasione di un trionfale ritorno sulle scene a un’attrice veterana come Doris Keane, e aveva segnato l’esordio a Broadway di un giovane attore inglese, Basil Rathbone.
Semmai fu probabilmente Lubitsch – che aveva già iniziato la lunga serie dei suoi successi di critica – a essere fatto venire dalla Warner Bros. per risollevare le sorti di Pola Negri, i cui primi film americani non si erano mantenuti all’altezza dell’ondata di pubblicità suscitata dalla sua relazione sentimentale con Charles Chaplin. La prima menzione di Forbidden Paradise nella stampa specializzata sembra risalire al marzo 1924: si tratta di un annuncio sull’Exhibitors Herald che promette “il più grande dei trionfi di Pola Negri – diretta ancora una volta da Lubitsch, il regista che per primo ha scoperto il suo genio e lo ha portato al suo massimo fulgore”. Qui tuttavia non si fa cenno a Caterina la Grande perché è questo un dramma contemporaneo, “basato su  un soggetto di Paul Bern” con “una Negri in abiti sfarzosi magnificamente spalleggiata  dagli altri interpreti di una vicenda sensazionale di amori e intrighi  dell’alta società”. Sembra probabile che, a un certo punto, il soggetto di Bern sia stato scartato a favore di The Czarina e che del primo si sia forse conservato il solo titolo, che non ha un chiaro rapporto con la sceneggiatura definitiva, firmata da  Agnes Christine Johnson (Show People [Maschere di celluloide], The Patsy [Fascino biondo]) e da Hans Kräly, consueto collaboratore di Lubitsch.
Tracce della vicenda contemporanea si scorgono, forse, anche nel suggestivo intreccio tra grandeur imperiale del diciottesimo secolo e dettagli urbani del ventesimo: automobili che appaiono all’improvviso in paesaggi feudali, una regina che suscita sbalordimento e costernazione tra le dame di compagnia, decidendo di tagliarsi i capelli a caschetto secondo l’ultima moda francese (del 1924). Non più imperatrice di tutte le Russie, questa Caterina è invece la regina di un piccolo regno, i cui “fedeli sudditi si vantano di essere governati dalla più grande delle donne, con il cuore più grande d’Europa”. Facendo di Pola Negri una figura di potere in un mondo astorico, Lubitsch rovescia la formula su cui aveva fondato i suoi film di maggior successo girati con lei in Germania (oltre al più recente Rosita): ella non è più l’intrusa proletaria che esercita un potere erotico su un aristocratico, bensì una  sovrana schiava del proprio desiderio, in questo caso per il tenente Alexei, bello e inesperto (Rod La Rocque, a quanto pare amante di lei non solo sullo schermo).
Il desiderio, come sempre in Lubitsch, è il grande fattore di disgregazione.  Alexei ha già una fidanzata (l’ultima arrivata tra le dame di compagnia di Caterina, interpretata da Pauline Starke), carina e ingenua quanto basta, mentre Caterina è già sposata con lo Stato – un rapporto commoventemente impersonificato da Adolphe Menjou nel ruolo del saggio e tollerante lord ciambellano (Menjou aveva recitato nel primo film americano di Pola Negri, Bella Donna [Triste presagio] del 1923, e sarebbe comparso accanto a lei un’ultima volta, in circostanze assai differenti, nel 1943, nella produzione indipendente Hi Diddle Diddle). Alexei non è la prima distrazione di Caterina e non sarà l’ultima (come si evince chiaramente dalle sequenze rimate di apertura e chiusura), ma fra tutti lui è forse il più inopportunamente serio. Incapace di accettare il suo flirt con Caterina per quello che è e frustrato dalla sua mancanza di autorità su di lei, diventa moralista e distruttivo, finendo con l’unirsi a un gruppo di rivoluzionari vistosamente barbuti che proclamano: “Non vogliamo essere governati da una donna – specialmente da una donna come questa.”
Caterina deve naturalmente pagare il prezzo del privilegio, e Lubitsch descrive il suo isolamento finale con grazia, simpatia e senza alcun patetismo: particolarmente efficace è la sequenza in cui Alexei attraversa una serie di cortili e sale da cerimonie, passando da porte che diventano sempre più piccole, fino a trovare la regina sola, nella camera da letto più interna del palazzo (porte e pavimenti, gli eterni elementi della mise-en-scène di Lubitsch).
Lungo tutto l’arco del film, Lubitsch ci mostra Caterina che controlla la propria immagine riflessa in uno specchio a mano e sorride a ciò che vede: ella verifica le proprie armi prima di partire per un’altra missione di seduzione. Nella straordinaria scena finale, quando ha definitivamente congedato Alexei e permesso al mondo di far ritorno all’ordine convenzionale, la regina controlla nuovamente la propria immagine, ma ora ciò che vede la sgomenta: la maschera ha iniziato a scivolar via. Solo il tempestivo complimento del ciambellano – “Oggi Vostra Maestà è bellissima” – le consente di riconquistare la fiducia nel proprio aspetto e di tornare agli affari di stato (che ora comprendono il nuovo ambasciatore di Francia, bello e inesperto). Lubitsch dedica l’intero ultimo rullo a quest’unica lunga sequenza, ritraendosi per osservare il complesso groviglio di emozioni che Pola fa trascorrere sui grandi spazi del suo volto, ed effettuando solo pochi, ben scelti interventi di montaggio per agevolare i punti di transizione. È questo uno dei grandi momenti interpretativi del cinema muto, ed Ernst Lubitsch non poteva concludere meglio il suo ottavo e ultimo film con Pola Negri.

Dave Kehr    

regia/dir: Ernst Lubitsch.
scen: Agnes Christine Johnson, Hans Kräly; dalla commedia di/based on the play by Lajos Biró & Melchior Lengyel, A cárnö (Budapest, 1912), adattata da/adapt. Edward Sheldon (The Czarina, New York, 1922).
photog: Charles Van Enger.
scg/des: Hans Dreier.
cast: Pola Negri (la zarina/The Czarina), Rod La Rocque (Alexei), Adolphe Menjou (lord ciambellano/Lord Chamberlain), Pauline Starke (Anna), Fred Malatesta (ambasciatore francese/French ambassador), Nick De Ruiz (il generale/General), Madame Daumery (dama di corte/lady-in-waiting).
prod: Adolph Zukor, Jesse L. Lasky, Famous Players-Lasky.
dist: Paramount Pictures.
uscita/rel: 24.11.1924.
copia/copy: DCP, 73′ (da/from 35mm, 6461 ft.; orig. 7351 ft.); did./titles: ENG.
fonte/source: Museum of Modern Art, New York.
Restauro effettuato nel 2018 da/
Restored 2018 by The Museum of Modern Art & The Film Foundation, con il sostegno della/with funding provided by the George Lucas Family Foundation.